Seleziona una pagina

Le Masche

3/01/2025 | Tradizioni

Il termine “masca” è un termine dialettale piemontese che indica la “strega”, molto diffuso nelle Langhe e nel Canavese, ma anche nel Biellese. Di origine probabilmente longobarda, lo si trova citato per la prima volta nell’Editto di Rotari del 643 d.C., con il significato di “spirito soprannaturale” o “anima di defunto” e per estensione di “strega”. Altre ricostruzioni lo fanno risalire ad un termine dell’antico linguaggio provenzale, mascar, l’atto di borbottare incantesimi.

Ma ci sono anche possibili discendenze dall’arabo, dal latino o dallo spagnolo. La “masca”, secondo le credenze popolari, era in possesso di facoltà naturali ed operava incantesimi utilizzando medicamenti strani ed ereditava la conoscenza dei poteri dalla madre o dalla nonna. Oltre ai poteri ereditati per via orale, la strega eredita anche il “Libro del Comando”, dove con inchiostri di vari colori sono riportati formule e incantesimi. Nelle campagne piemontesi, tutti nominavano con un poco di paura il loro nome. E non c’era paese, castello o campanile che non ricordasse un qualcosa avvenuto senza spiegazione. Racconti di sortilegi e di fantasmi, di raccolti perduti. La tradizione voleva che le masche avessero sembianze normali, ma siano esistite anche masche soprannaturali, spiriti antichi che avrebbero acquisito domicilio al margine di piccole borgate di montagna in casupole diroccate che se disturbate, avrebbero scatenato tempeste, fatto scendere coltri di nebbia, richiamato lunghe e pericolose siccità o disastrose grandinate.

La masca in autonomia avevano la possibilità di “fare la fisica” che altro non erano che  fatture o malocchi. Le storie contadine sono piene di fantasmi e di terrore, di formule di magia bianca e nera e di strani personaggi a metà strada tra fantasia e realtà. Nel Cuneese, in alcuni racconti, la masca appariva come un’incantatrice, pronta e nell’immaginario collettivo piemontese, le “masche” avevano un volto sgradevole, pelle ruvida e scura, fronte bassa e scavata da diverse rughe. Insomma, la vera immagine della strega cattiva. Nelle valli del Cuneese, si credeva che la masca, prima di morire, trovata la persona adatta a cui affidare la sua eredità di stregoneria, pronunciasse queste parole: “…ti lascio il mestolo. Già il mestolo, uno strumento dei tanti che la masca aveva a corredo. Gli altri? A volte del libro del comando, un testo pieno di formule e incantesimi che rafforzavano i loro poteri e che consentivano, a seconda del verso di lettura, di leggere il passato e predire il futuro. Come spesso accaduto nella storia, in un’epoca di scarsa alfabetizzazione e superstizione, possedere quel libro cambiava la vita e sovente in peggio. Altri oggetti che la masca possedeva quali amuleti o strumenti del potere erano, secondo la tradizione, scope, mestoli, bastoni e gomitoli di lana.

Loro malgrado, parlando di masche, non si può evitare di parlare di rogo. Già perché durante il medioevo ed ancora dopo per streghe e masche la semplice accusa di stregoneria poteva costare il rogo. Una pena questa a cui tra il 1450 al 1750 furono condannate migliaia di donne. Numeri? Per qualcuno trentacinquemila mila per altri addirittura 100mila. Molti registri e verbali sono andati persi, spesso distrutti volontariamente da inquisitori e giudici via via che la rivoluzione francese spazzava l’oscurantismo dell’Antico Regime. Nel corso dei secoli, dal 1100 circa in avanti, i papi emanarono una serie di provvedimenti contro le varie forme di devianza religiosa, dalle eresie alla stregoneria, affidando le indagini e i processi alla Santa Inquisizione, ufficializzata nel 1233 da papa Gregorio IX e affidata ai frati domenicani e francescani. Nel 1252 Innocenzo IV con la bolla Ad extirpanda legalizzò pure la tortura quale macabro strumento per arrivare alla verità aggiungendo sofferenze su sofferenze alle malcapitate, portate di fronte agli spietati giudici anche solo sulla base di un sospetto. Altra persecuzione ebbe inizio con Papa Innocenzo VIII e la sua bolla Summis desiderantes affectibus del 1484: i tribunali dell’Inquisizione cattolica, ma anche quelli della chiesa riformata Luterana, condannarono a morte migliaia di donne innocenti, dopo averle torturate per estorcere loro una confessione. Si trattava in molti casi di levatrici, prostitute o guaritrici, che agli occhi del popolo e dei giudici erano invece da punire con la morte. Le comunità locali delle vallate cuneesi erano spesso unite dalla tradizionale rete di solidarietà contadina che consentiva un aiuto reciproco e in questo modo anche i più poveri riuscivano a sopravvivere. Gente semplice, timorata di Dio, unita oltre che dalla rete di solidarietà anche dal terrore superstizioso per la possibile presenza di masche cattive che avrebbe potuto causare molti problemi. Spesso se ne parlava durante le veglie serali nelle stalle, tradizione contadina d’altri tempi, dove gli anziani raccontavano strani sogni di donne di dubbia fama, magari già chiacchierate in paese per qualche stranezza erano state viste ai confini del bosco oppure in altri strani posti a preparare chissà quali cose. Fatti i nomi, verificato dopo sommaria analisi il fatto si procedeva con il processo e la presunta masca veniva condannata. La formula recitava infatti: “e questo è vero, notorio e manifesto, come lo dimostrano la fama e la voce pubblica”.

Le malcapitate venivano mandate a morte dopo aver subito atroci torture solo sulla base delle chiacchiere della gente del posto, gente ignorante e facile preda delle superstizioni o semplicemente animata da invidia o risentimento. Davanti ai giudici le accuse trovavano quasi sempre riscontro nelle numerose dichiarazioni dei presunti testimoni, “persone veridiche e degne di fede”, più che altro terrorizzati dagli scenari demoniaci che venivano evocati e descritti in sede processuale e da essi confermati pur di tornare al più presto alla loro serena quotidianità. L’esito di questi processi era purtroppo scontato, poiché gli Inquisitori “facevano confessare ciò che si voleva”. Così dalle nostre parte si racconta di alcune leggende che vanno ad arricchire  il bagaglio culturale popolare piemontese: quella della Masca zoppa nemica degli amanti. A Villafranca, si narra che nei boschi accanto al paese, le coppiette di giovani amanti sparissero. I corpi degli amanti, venivano ritrovati giorni dopo annegati nel Po. Pare che una strega fosse capitata in paese e che di notte raggiungesse le coppiette appartate prima sotto forma di gatto e poi nelle sembianze di un’avvenente fanciulla che seducendo l’uomo attirava nell’acqua entrambi i giovani fino a farli annegare. Ma una sera un robusto ragazzo decise di eliminare la strega e si appartò con la fidanzata. Appena si vide davanti la graziosa fanciulla nella quale la strega si era trasformata, cercò di non farsi incantare ed incoraggiato dalla fidanzata prese un grosso bastone e picchiò forte contro la strega che recuperate le sembianze reali sparì in una spirale di fumo nero. Ancora oggi a Villafranca quando qualcuno cerca di ostacolare una storia d’amore gli si dice: “Che tu possa zoppicare!” A Pollenzo, si narra ancora oggi la leggenda della strega Micilina. Siamo nell’anno 1544 e Micaela Angiolina Damasius, detta appunto Micilina, avanza tra la folla. Accusata di stregoneria e condannata al rogo, venne portata su un carro trainato da due buoi bianchi, alla sommità di una collinetta e legata ad un vecchio castagno. La leggenda vuole che la donna liberatasi dal bavaglio avvolta tra le fiamme, urlasse una maledizione al popolo che la guardava attonito: “Maledetti! Non saranno le fiamme a liberarvi di me, verrà una tremenda guerra che vi sterminerà che terminerà solo quando questi due buoi torneranno bianchi!”.

A quel punto si udì un tremendo fragore e i due buoi che l’avevano trainata fin lì, da bianchi che erano divennero rossi come il fuoco ed impazziti si lanciarono contro la folla urlante. Ancora oggi su quella collina si possono notare delle strane macchie rosse sul terreno: si dice che sia il sangue della povera Micilina. Ed a Rifreddo dove  il 4 di ottobre dell’anno del Signore 1495, festa di san Francesco, il magister Vito dei Beggiami, membro dell’ordine dei Frati Predicatori di Savigliano e “dottore in sacra teologia”, intraprende la sua azione giudiziaria contro la “setta delle masche” di Rifreddo e Gambasca. Chiamato dalla badessa del monastero cistercense femminile di Rifreddo dopo la morte di una giovane inserviente. Dopo il suo arrivo, il teologo istituì il tempus gratiae, (tempo della grazia), tre giorni durante i quali chiunque ritenesse di essere coinvolto nell’eresia era tenuto a presentarsi per confessare quanto sapeva o sospettava di sé e degli altri. Grazie a questo gesto, il reo confesso avrebbe ottenuto l’assoluzione da qualsiasi delitto contro la fede. Nove donne dichiararono di appartenere a una setta demoniaca che si intratteneva vicino al fiume, con tanto di danze e spregio della croce. Per volere di Satana, queste masche si sarebbero macchiate dei più efferati delitti, a partire dall’assassinio di Maria, l’inserviente del monastero, passando per l’uccisione di capi di bestiame, fino agli omicidi di bambini e neonati, seguiti dalla riesumazione dei loro corpi per compiere riti magici inenarrabili. Le nove masche furono tutte condannate alla pena di morte sul rogo, come riportato negli atti processuali ancora conservati nell’archivio storico del comune di Rifreddo. Al di là del folklore e di masche i ben pensanti ne hanno uccise molte. Questo grazie anche ad una ritrosia dovuta in gran parte alla poca alfabetizzazione delle comunità locali. Un tempo chi viveva ai margini della società e non era più considerato produttivo, diventava facile bersaglio di pregiudizi e maldicenze. Ciò avveniva per donne anziane, sole, perciò più deboli e senza alcun sostegno né protezione. Stesso discorso valeva per i forestieri, come gli o per persone con disabilità fisiche o psichiche. Non venivano nemmeno risparmiati coloro che si mostravano curiosi, colti e istruiti. Questi, infatti, amavano studiare su quei libri, che spesso erano scambiati per strumenti magici e assimilati al Libro del Comando. Ed oggi chi potrebbero essere le masche? Le persone border line, quelli che non capiamo? Mah forse si. Nostro malgrado,

Ultimi articoli

Contattaci

Scrivici attraverso il formulario o chiamaci